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Ho bisogno di uno psicologo: come lo scelgo? cosa mi aspetto?

Ecco alcune considerazioni utili da fare quando vogliamo rivolgerci a uno specialista per affrontare una qualche difficoltà psicologica.

Innanzi tutto si deve distinguere tra psicologo e psicoterapeuta. Lo psicologo ha conseguito una laurea in psicologia. Mentre lo psicoterapeuta, dopo cinque anni di università, ha anche frequentato una scuola di specializzazione in psicoterapia.

Esistono vari tipi di specializzazione es. cognitivo-comportamentale, sistemica, psicodinamica, ecc.

Solitamente gli psicoterapeuti indicano il proprio indirizzo di specializzazione nel loro bigliettino da visita o sul loro sito web. In ogni caso è un’informazione utile da chiedere perché a ogni indirizzo di specializzazione corrisponde una teoria di riferimento. Cosa vuol dire? La teoria, ossia la concezione del funzionamento e comportamento dell’essere umano, è diversa da una scuola all’altra per cui diversi saranno il focus e gli strumenti proposti. Dunque è importante quando si sceglie uno psicoterapeuta chiedere quale sia l’ orientamento seguito e le sue caratteristiche principali. La condivisione di questi aspetti permette di fare una scelta ancor più consapevole perché chiarisce da subito se il modo di lavorare proposto è un qualcosa con cui si è o no d’accordo.

Psicologi e psicoterapeuti per esercitare devono essere iscritti all’Albo degli Psicologi/Psicoterapeuti della regione di riferimento.

Facciamo adesso un esempio: vedo per la prima volta uno specialista perché penso di avere un problema di natura psicologica. L’ho trovato consultando l’Albo della mia regione. È gentile con me ma non mi sento a mio agio oppure non sono molto convinta del metodo che usa. Cosa faccio? Mi costringo a proseguire gli incontri? Mi dico “ci ho provato, non ha funzionato, lascio perdere e basta”? Lo psicologo/psicoterapeuta è un essere umano e anche per lui vale la regola che non si può piacere a tutti. Al di là della sua competenza, può accadere che qualcosa non ci convinca dal punto di vista umano o per il metodo che usa. Questo non deve farci desistere dal cercare uno specialista che possa aiutarci ad affrontare le nostre difficoltà di natura psicologica. Per cui no, non devo dire “basta, lascio perdere”, semplicemente ne cerco un altro.

Critiche: per comunicare con efficacia è importante saperle fare e ricevere

Una parte utile del training assertivo è costituita dall’imparare ad esprimere un’opinione diversa da quella del proprio interlocutore, che sia un semplice disappunto o una vera e propria critica. Esistono tecniche che aiutano a farlo rimanendo nell’ambito del rispetto per se stessi e per l’altro e che quindi garantiscono la preservazione della relazione nonostante la natura conflittuale della circostanza.

Innanzitutto occorre distinguere tra critiche costruttive e critiche aggressive/manipolative. Le prime sono espresse in termini positivi, circostanziate al contesto e si riferiscono al comportamento (es. il tuo intervento è stato utile ma l’essere arrivato in ritardo ha rallentato il lavoro). Le seconde invece sono indirizzate alla persona e presentano elementi assolutistici come tutto, mai, sempre, ecc. (es. sei sempre il solito, non cambi mai).

Le critiche costruttive, che rispettano i sentimenti propri e dell’interlocutore, aiutano a migliorasi. Ad esse si risponde con l’asserzione negativa. Questa modalità prevede:

l’ammissione condizionata dell’errore

e una domanda sull’opinione dell’interlocutore

es. si potrebbe fare meglio, tu cosa mi consigli?

L’asserzione negativa riduce l’ansia e l’atteggiamento difensivo di chi la rivolge, come pure l’atteggiamento critico di chi per primo ha espresso disappunto.

Le critiche aggressive e manipolative provocano invece senso di colpa, ansia, senso di ignoranza. Ad esse si risponde con tecniche che proteggono dall’attacco dell’interlocutore ma ovviamente possono portare a un’interruzione della comunicazione. Tra queste tecniche ci sono il disco rotto, l’annebbiamento, l’ignorare selettivamente gli spunti, il disarmare la collera, l’inchiesta negativa. L’inchiesta negativa è tra le più utili e comprende:

l’ammissione della colpa,

il dichiarare la propria non intenzionalità

e la disponibilità a rimediare

es. è vero, sono stato io, mi dispiace, non era mia intenzione, posso rimediare in qualche modo?

Assertività: i 5 livelli attraverso i quali realizzarla

Per assertività si intende la capacità di relazionarsi in modo efficace.

Essa comprende sia l’aspetto concettuale, che fa riferimento al contenuto di ciò che si comunica, sia l’aspetto tecnico, ossia il come agire.

L’assertività richiede il raggiungimento di 5 passaggi successivi, gradualmente più complessi.

Il primo livello di questa acquisizione prevede il riconoscere le emozioni e i sentimenti. Questo step passa attraverso il canale autonomico (reazioni fisiologiche) e motorio involontario (micro-espressioni). La lettura, la musica e l’arte in generale possono aiutare ad imparare a riconoscere emozioni e sentimenti. Si tratta di una capacità fondamentale per poter valutare cosa fare di essi e per sviluppare empatia.

Il secondo livello consiste nel manifestare emozioni e sentimenti e prevede l’utilizzo del canale motorio volontario (comunicazione non verbale consapevole). L’emozione spinge all’azione ma siamo noi che decidiamo se compierla o meno. Ciò significa che se mi arrabbio con Marco fino a volerlo insultare posso decidere di non farlo. Insultarlo non risolverebbe la discussione tra noi ma accrescerebbe la tensione nel nostro rapporto. Posso invece cercare spiegazioni alternative al suo comportamento e vedere la mia rabbia trasformata da un’emozione più attenuata e gestibile come il disappunto o addirittura la comprensione. Di qui l’importanza di capire che l’azione ha il potere di cambiare l’emozione. Manifestare le emozioni e i sentimenti col volto, la gestualità, ecc. rende i rapporti più autentici.

Gli ultimi 3 livelli del training assertivo coinvolgono il canale cognitivo verbale (il dialogo interiore e le parole rivolte agli altri) e sono: riconoscere diritti e doveri assertivi, apprezzare e motivare se stessi e gli altri e conoscere se stessi.

Diritti e doveri sono due facce della stessa medaglia: il rispetto. Non si può rispettare gli altri se prima non si rispetta se stessi, le proprie idee e emozioni dal momento che non si parteciperebbe in modo autentico alla relazione con loro.

Apprezzare gli altri e se stessi alimenta la motivazione a raggiungere obiettivi successivi in un processo di miglioramento.

Conoscere se stessi al di là della propria immagine è importante per formulare un’opinione di sé che stia al di sopra del momento. E’ così che l’ autostima ci rende autonomi dal giudizio degli altri e stabili nella percezioni di noi stessi. Ovviamente è anche importante l’immagine che abbiamo e diamo di noi e curarsene è un ulteriore modo per migliorare. Di qui la riflessione sull’aspetto fisico e le doti interiori, i comportamenti abituali, i propri ideali e la visione che abbiamo del mondo in relazione ai nostri valori.

Bibliografia Manuale di assertività di Roberto Anchisi e Mia Gambotto Dessy

Come trasformare la ruminazione patologica in uno stile di pensiero più funzionale

Ruminare è normale quando qualcosa ci preoccupa o non ne capiamo il senso. Esistono però due tipi di ruminazione: astratta e concreta.

La prima prevede una modalità di pensiero astratto, valutativo, concettuale, generalizzato ed è spesso associata alla depressione. La seconda prevede una modalità concreta, specifica, finalizzata all’azione.

Se siamo dei filosofi e dobbiamo scrivere un libro allora la prima modalità sarà quella più utile. Diversamente rischiamo di impantanarci per ore e ore in voli pindarici senza trarne beneficio, anzi sprecando tempo ed energia.

Come passare da uno stile di pensiero astratto (ruminazione depressiva) a uno stile di pensiero concreto? Tra le modalità usate dalla Terapia Cognitivo Comportamentale Focalizzata sulla Ruminazione per la Depressione (RFCBT) c’è per esempio il sostituire la domanda perché? tipica del pensiero astratto con la domanda come? che invece è al centro del pensiero concreto. Il perché? è funzionale alla ricerca delle cause, significati, conseguenze di una certa situazione, mentre il come? promuove un orientamento al cambiamento e dunque un tentativo di risolvere la situazione. Il come? apre la strada a comportamenti di avvicinamento alla realtà attraverso l’adozione di tecniche di problem solving.

Es. perché è successo a me? vs come posso far sì che non mi capiti?

Un’altra strategia è quella di focalizzare l’attenzione in attività coinvolgenti, cioè in attività per le quali l’interesse è rappresentato dalle azioni che si stanno compiendo piuttosto che dal risultato ottenuto. Di contro infatti la ruminazione è spesso un insieme di valutazioni, critiche e autocritiche sulla performance e sui risultati di essa. E’ un po’ come tornare a dire: il viaggio è più importante della meta.

La ruminazione mantiene il pensiero a un livello astratto per cui allontana la persona dall’esperienza e favorisce comportamenti di evitamento. Quando siamo connessi con l’esperienza la nostra attenzione invece è calamitata da ciò che facciamo e dall’ambiente in cui siamo. I canali percettivi ci legano alla realtà e le nostre azioni sono il risultato del vivere con consapevolezza nel momento presente.

Cosa rende un’attività un’attività coinvolgente?

  • c’è equilibrio tra capacità richieste dal compito e quelle possedute, altrimenti il compito sarebbe ansiogeno o noioso

  • l’attenzione è indirizzata a quello che si sta facendo nel qui ed ora

  • l riscontro della nostra azione è immediato es. quando cucino vedo se sto tagliando bene le verdure

  • l’attività è motivante in sé più che per il risultato es. mi piace dipingere anche se non venderò il mio quadro per 1000 euro di compenso

  • viene soddisfatto il bisogno di crescita, apprendimento, miglioramento di sé

  • l’attività è in linea coi valori della persona che la svolge es. una passeggiata al parco se per me è importante il rapporto con la natura.

Un ulteriore aiuto a trovare una modalità di pensiero più funzionale del rimuginio depressivo è l’atteggiamento compassionevole. La ruminazione infatti ha uno stile critico e giudicante sia verso sé che gli altri. La compassione invece è il rispondere cognitivamente e emotivamente alla sofferenza propria e altrui con gentilezza, cura e desiderio di aiutare. Si associa a comprensione, dolcezza, vicinanza, sostegno, assenza di giudizio.

Ruminazione: un’abitudine che usata in modo eccessivo diventa problematica

La RFCBT (Terapia Cognitivo Comportamentale Focalizzata sulla Ruminazione per la Depressione) pone al centro del trattamento la ruminazione perché la considerata causa e mantenimento della depressione.

Perché è importante occuparsi della ruminazione?

E’ importante perché la ruminazione spesso rimane come sintomo residuo della depressione e costituisce dunque un sintomo prodromico per un nuovo episodio depressivo.

Inoltre la ruminazione risulta comune a numerose situazioni patologiche come la depressione, il disturbo d’ansia generalizzata, i disturbi alimentari e il disturbo d’ansia sociale. Occuparsi quindi di questa tendenza disfunzionale permette di dare sollievo a più situazioni problematiche che spesso si presentano in comorbidità.

Per ruminazione (che qualcuno distingue dal rimuginio e qualcuno no, sostanzialmente molto simili) si intende pensare in modo ripetitivo e frequente ai propri sintomi, problemi, aspetti negativi del Sè, alle loro cause e possibili conseguenze.

In realtà la ruminazione è un tentativo comune di risolvere i nostri problemi o cercare di capire qualcosa che sembra non avere senso. Ma può bloccare la mente se mira a soluzioni idealizzate o al di fuori delle nostre possibilità. Idem se puntiamo a obiettivi poco definiti e a lunga scadenza e ci lasciamo andare a riflessioni astratte e valutative.

La ruminazione patologica viene concepita dalla RFCBT come un’abitudine creatasi per una qualche necessità, rinforzata e mai più abbandonata (ad es. un bambino di genitori ipercritici avrà frequentemente pensato tra sé e sé quali comportamenti avere per evitare le critiche dei genitori).

Come tutte le abitudini è automatica, quindi può innescarsi inconsapevolmente, ed è condizionata dagli stimoli che la precedono. Questi possono essere legati al contesto o alla persona stessa es. il luogo dove si trova, le persone presenti, un pensiero o uno stato d’animo, ecc. .

La ruminazione porta all’evitamento infatti permette di evitare di confrontarsi con la realtà problematica salvando da possibili esperienze di fallimento e umiliazione.

Dopo una prima fase di valutazione, volta a rendere la persona consapevole del proprio stile cognitivo disfunzionale, la RFCBT le insegna a modificarlo e a ridurre i comportamenti di evitamento che ne limitano la vita.

EMDR in oncologia

Il tumore costituisce un evento con alta probabilità di traumatizzazione e ritraumatizzazione. Può comportare senso di minaccia per la propria vita (o quella di altri es. familiari), senso di impotenza, iperattivazione, pensieri intrusivi disturbanti, comportamenti di evitamento.
Questi sintomi sono simili a quelli del Disturbo Post Traumatico da Stress (PTSD) : dal 5 al 35% delle persone con cancro riporta sintomi post-traumatici relativi alla malattia.
La ricerca scientifica ha ormai dimostrato la correlazione tra eventi traumatici precoci e indebolimento del sistema immunitario, con conseguenza sull’insorgere di patologie mediche gravi tra cui quella oncologica. Inoltre il senso di impotenza e mancanza di forze non fanno altro che rendere ancor più vulnerabile il sistema immunitario, così come ciò che sentiamo e pensiamo circa noi stessi incide sulla nostra capacità di fronteggiare la malattia.
L’EMDR (Eye Movement Desensitization and Reprocessing) in oncologia lavora in senso olistico su eventi traumatici del passato, sugli schemi cognitivi negativi, sulle strategie di fronteggiamento e quelle per sfide future. Lo scopo è miglorare la capacità adattativa del sistema cognitivo, emotivo e comportamentale.
In uno studio pilota (Faretta e al. 2013) con 18 pazienti aventi diversi tipi di tumore, dopo 12 sedute di EMDR è stata evidenziata una riduzione della sintomatologia PTSD, dell’intensità dei sintomi di ansia e depressione, e del dolore fisico percepito.
Il lavoro con EMDR in oncologia è costituito dal ripercorrere le fasi della malattia, a partire dai momenti in cui la persona capisce che qualcosa del suo corpo prima non c’era e deve andare dal medico per un controllo. Ogni passo serve a migliorare la regolazione emotiva della persona e la sua capacità di resistere alle difficoltà.

Emozioni: gestirle con un atteggiamento mindfulness

In un libro sulla rabbia ho letto che uno dei compiti più difficili per un genitore è insegnare ai propri bambini a gestire la rabbia in modo via via più consono alla loro età. Nel libro la si ribadiva come un’emozione umanamente normale che, in quanto tale, non poteva essere semplicemente evitata o repressa  ma doveva essere gestita per consentirle di esplicare la sua funzione adattativa, pena lo sviluppo di disturbi psicologici di vario tipo. Il problema è: i genitori-gli adulti sanno gestire la rabbia? In generale sanno gestire la tristezza? La disperazione?

Gestire le emozioni, in particolare quelle spiacevoli, non è un’abilità così scontata. Le emozioni sono come onde ma non tutti sanno nuotare e quando non si sa come cavalcare le onde, soprattutto quelle alte, ci si sente terrorizzati nel sentirle sopraggiungere. A quel punto o le si evita fomentando ancor più la paura verso esse o le si affronta impreparati con l’alta probabilità di venirne travolti.

Le emozioni sono un universo affascinante e spinoso insieme e l’abilità di gestirle è la chiave per una vita equilibrata.

In un giorno possiamo provare tante emozioni anche molto diverse tra loro. Ci può essere la tristezza, la noia, l’invidia ma anche la calma, la gioia, lo stupore, ecc. La natura delle emozioni è transitoria.  Osservare senza giudicare è l’atteggiamento mindfulness che apre la strada all’accettazione così difficile ma pure necessaria.

Fermarsi e ascoltare ciò che si prova senza giudicare è un buon modo per iniziare ad avere a che fare con le emozioni a ogni età.

*accettazione intesa come far spazio e non per esempio mi fa piacere essere triste

Condividere pesa meno: un piccolo gruppo al femminile

A febbraio riprenderà il progetto Condividere pesa meno presso il baby parking Tra Le Nuvole.

Si tratta di tre incontri di un piccolo gruppo a cui parteciperanno con me altre tre donne. Insieme affronteremo problematiche che nella mia pratica professionale ho visto ricorrere maggiormente nella vita delle persone.
In particolare il tema delle emozioni e la loro gestione, le strategie disfunzionali che mantengono i problemi, quelle che invece sono utili ad affrontarli e i valori che danno un senso alle nostre azioni.
Ogni incontro durerà circa un’ora e un quarto.

Per informazioni contattare:
Tra le nuvole tel. 333-3877605 oppure Luana Serafini tel. 334-9085467.
Tramite mail l’indirizzo:
Tralenuvolericcione@gmail.com o luliserafini@libero.it

Petizione contro il depotenziamento del reparto di chirurgia senologia dell’Ospedale Franchini di Santarcangelo

Riporto un articolo scritto da Cristina Fiuzzi su www.romagnauno.it

L’ospedale di Santarcangelo non si tocca. Una petizione, una raccolta firme, affinché il nosocomio sia lasciato integro di spazi e specialità. Come la chirurgia senologica, unità operativa diretta dal dott. Domenico Samorani, divenuta punto di eccellenza per tutta la Regione e oltre.

Vi è in atto, in tutta l’Emilia Romagna, una riorganizzazione sanitaria che vede l’accorpamento tra i vari territori (comuni limitrofi o Province vicine) delle varie specialità. Se da una parte si può parlare di grandi poli specialistici con presunti risparmi, dall’altra vi è un depotenziamento sui territori di unità operative, che, costringono pazienti e familiari a percorrere anche centinaia di chilometri quando vi è la necessità di un intervento specialistico. Quindi, perchè l’ospedale Franchini rimanga così com’è, con i punti di eccellenza territoriali, è nata una raccolta firme una petizione organizzata dall’associazione “Il Punto Rosa” e dal gruppo Facebook “Noi santarcangiolesi”.

La chirurgia senologica dell’Ospedale Franchini di Santarcangelo è ancora a rischio – si spiega in una nota – . Una eccellenza come questa verrà smembrata e fortemente depotenziata, con riduzione di spazi a favore di OS.CO. Le donne colpite da carcinoma al seno avranno in tutto a disposizione solo 4 camere per la degenza. Dobbiamo cominciare ancora la battaglia”. A tal proposito, a Santarcangelo in moltissime attività sono stati distribuiti i fogli per la raccolta firme. (Cristina Fiuzzi)

 

Uno può firmare o non firmare ovviamente, siamo in un Paese libero. Una riflessione in ogni caso è utile. Se del reparto di chirurgia senologica di Santarcangelo avessi bisogno io, mi sentirei ancor più maltrattata dalla vita se non mi venisse dato un posto dove potermi curare. Vorrei avere la possibilità di curarmi vicino casa con medici e personale di grande professionalità e umanità. Alla rabbia, frustrazione ed impotenza legate alla malattia si aggiungerebbero quelle dovute alla mancanza di  spazi e agli spostamenti. Perchè cambiare una realtà che funziona bene?

PETIZIONE 2018 : “NO AL RIDIMENSIONAMENTO E DEPOTENZIAMENTO DEL 
REPARTO DI CHIRURGIA SENOLOGICA dell’Ospedale Franchini di Santarcangelo
con l’istituzione di un Ospedale di Comunità – OS.CO
DENTRO l’attuale reparto di Chirurgia.”
IMPORTANTE : ecco redatto ELENCO ANALITICO COMPLETO PER ZONE dove firmare PETIZIONE

 

Alta sensibilità: Il dono delle persone sensibili di Nicoletta Travaini

Qualche mese fa un amico mi ha inviato il titolo di questo libro dicendomi che, ascoltando un’intervista all’autrice, gli sono venuta in mente.

Il dono delle persone sensibili di Nicoletta Travaini descrive le caratteristiche delle persone altamente sensibili (PAS) e suggerisce alcune strategie per gestire al meglio questo tratto della personalità. L’alta sensibilità non è un disturbo ma una predisposizione a percepire tutto, tanto e sempre esponendo chi ce l’ha a una ricchezza di stimoli che all’estremo rischia di diventare schiacciante. Può accadere che le PAS cerchino di evitare questa sopraffazione isolandosi e rinunciando all’interazione piuttosto che venirne stritolati. Per questo è utile conoscere le caratteristiche dell’alta sensibilità e munirsi di strumenti che le modulino.

Un concetto chiave della trattazione è che l’eccesso di attivazione o la sua mancanza fanno accedere ad un crollo perché le PAS hanno bisogno di equilibrio nella quantità e intensità di stimoli elaborati. Ridurre la reattività, essere consapevoli dei propri limiti per anticipare il crollo prima che arrivi sono le chiavi per rimanere in una zona di benessere. Tuttavia, qualora si verifichi un crollo, anche dal crollo si può imparare, dandosi il tempo per recuperare, fermandosi e ascoltandosi, imparando dai propri errori. Devo dire che questa mi pare la ricetta utile a tutte le persone (PAS e non-PAS) per raggiungere e preservare il proprio equilibrio.

Uno degli intenti dell’autrice è proprio far capire ai PAS che comportamenti definiti “strani” dai più in realtà sono dovuti alla proprie caratteristiche e presenti nel 20% della popolazione e che le caratteristiche che creano disagio in realtà possono essere gestite riducendone le conseguenze problematiche. A questo scopo nel libro vengono spiegati i passi da compiere per raggiungere la propria zona di benessere, nonostante i momenti difficili che una personalità altamente sensibile incontra, suggerendo esercizi pratici tra cui la mindfulness.

Un passaggio che mi ha fatto sorridere è quello relativo allo shopping. L’autrice sostiene che per un PAS lo shopping possa essere motivo di stanchezza, nervosismo e irritazione proprio perché espone a un’infinità di stimoli che i PAS non posso fare a meno di cogliere. La cosa mi ha divertita perché da sempre la mia famiglia considera strana e prende in giro la mia avversione per lo shopping. Nel mio armadio ci sono solo vestiti che mi sono stati comprati o cuciti perché dopo 5 minuti in un negozio mi viene mal di testa, mi innervosisco fino ad arrabbiarmi. Quando sono costretta ad andare al centro commerciale e per sbaglio mi fermo davanti una vetrina, non posso fare a meno di pensare a quanto debba essere pesante per le commesse lavorare in un ambiente senza finestre, sotto accecanti luci artificiali, con un brusio interminabile e una mescolanza di odori che stordisce. E poi penso a quanto rientreranno stanche a casa la sera. In pratica dei vestiti in vetrina ne noto ben pochi. Per me è estenuante andare al centro commerciale. Ovviamente ho fatto leggere le pagine dedicate a come un PAS vive quello che tutti pensano sia divertente (shopping, cinema, discoteca, sport…) alla mia famiglia.

La parte più triste del libro invece è stata per me quella relativa alle relazioni soprattutto alle relazioni di amicizia. In fondo che in una relazione sentimentale fili sempre tutto liscio non se lo aspetta nessuno ma nell’amicizia si. Le PAS nelle relazioni danno tutto senza risparmiarsi, soddisfano le richieste, spesso le anticipano, leggono il disagio dell’altro in dettagli che i più trascurano e sono sempre pronte a capire, comprendere, aiutare. Il problema è che si aspettano reciprocità ed è quasi impossibile per un non-PAS soddisfare questa aspettativa. Dunque è facile che le persone altamente sensibili si ritrovino deluse dalla non corrispondenza che caratterizza le loro relazioni e questo può portarle a chiudersi ed evitare i rapporti. Trovo che questa descrizione sia tristemente vera.

La lettura è facile e scorrevole. Utile anche a chi vive con una persona altamente sensibile.

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