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Equilibrio nell’incertezza: come tornare a star bene

Ho già scritto in qualche articolo di questo blog che ognuno di noi dovrebbe avere una personale cassetta degli attrezzi da allestire con le risorse che possono aiutarci a vivere meglio. In questa cassetta vanno annoverati tutti i modi e le tecniche che ci aiutano a recuperare la calma, contribuendo a ristabilire l’equilibrio messo alla prova dai tanti eventi che la vita riserva. Modi e tecniche vanno continuamente aggiornati e arricchiti di nuovi elementi. Le persone infatti sono in costante movimento e cambia anche il loro modo di funzionare cioè quello che le muove, le motiva, le limita o le spegne. Serve provare più cose per trovare ciò che ci fa star bene. Qualcosa la scarteremo, qualcosa la terremo o la useremo solo qualche volta, ma la varietà della scelta sarà un elemento vincente per tornare star meglio. Ovviamente quando parlo di modi, tecniche, strategie mi riferisco a comportamenti legali, salutari e improntati all’equilibrio.

Ciò che è accaduto e accade a livello mondiale, l’emergenza coronavirus, ha letteralmente buttato per aria punti di riferimento che contribuivano al nostro equilibrio su vari livelli ed è normale sentirsi come se qualcuno ci avesse “tolto il tappeto da sotto i piedi”. E’ probabile che la nostra metaforica cassetta degli attrezzi ora sia più vuota di prima e che qualcosa sia rotto ed inutilizzabile.

Come riordinarla recuperando benessere?

Tra i primi alleati ci sono ritmo sonno-veglia e alimentazione regolari: sforzarsi di togliere o aggiungere quando ci si sbilancia verso il troppo o troppo poco.

Altro elemento da considerare è lo sport. Lo sport aiuta il corpo a funzionare con regolarità, lo sveglia e ci trasmette il messaggio che stiamo facendo qualcosa di buono per noi.

La quarantena ci ha abituati a stare soli, separati dagli altri fisicamente. Whatsapp o Zoom non sono riusciti a mantenere le persone così vicine. Un saluto attraverso un messaggio scritto o uno schermo non può sostituire alla lunga una persona in carne ed ossa. Per necessità ci siamo abituati a questa penuria di vicinanza ma l’essere umano è un animale sociale. L’uomo ha bisogno degli altri anche solo per riconoscere i propri confini e ritrovarsi. Quindi un altro modo per aiutarci tornare in equilibrio è coltivare la nostra rete sociale. Rispettare le regole che preservano la nostra salute, quindi usare le mascherine e mantenere una distanza adeguata ma sforzarsi di tornare a vedere le persone, a frequentarle. Stare in compagnia di amici, sorridere e scambiare parole leggere, vivere momenti divertenti e sereni.

Molto importante è poi individuare più di un modo per aiutare la mente a stare nel presente. Il senso di incertezza diffuso in tutti i settori della vita ci sta mettendo in difficoltà, per questo è preferibile arrivare a sera e godersi la soddisfazione di aver portato a termine la giornata piuttosto che agitarsi per quello che potremmo affrontare domani. Le attività coinvolgenti sono quelle che agganciano la mente e la mantengono focalizzata nel momento presente mettendo al bando ruminazione e rimuginio. Ognuno avrà quella più congeniale: dipingere, cucinare, costruire mobili, fotografare, ecc.

Una nota particolare va alla mindfulness che educa la mente a rimanere nel qui ed ora, con un atteggiamento non giudicante, in accettazione di quel che c’è senza l’attivazione del fare per riparare che spesso porta all’inquietudine. Si può meditare da fermi o camminando. Non si deve per forza meditare per ore, anche cinque o dieci minuti possono fare la differenza. La meditazione aiuta ad ancorarsi anche quando le condizioni esterne non sono così stabili.

I confini personali nella relazione con l’altro

Quando penso alla relazione tra due persone mi viene in mente l’incontro tra una goccia di olio e una di acqua. Dove finisce l’una inizia l’altra, se una retrocede l’altra avanza e viceversa. A differenza delle persone le gocce non hanno intenzionalità nello spostarsi, semplicemente seguono le leggi della natura.

Le relazioni umane sono infinitamente più complesse. Rimane il fatto che se una persona non difende il suo spazio fisico e mentale qualcun altro l’occuperà e, se ne avrà l’occasione, lei stessa invaderà uno spazio lasciato vuoto. Spesso accade inconsapevolmente, ma accade.

Le possibili dinamiche di relazione tra le persone sono molteplici e un elemento di fondamentale importanza nell’iterazione è costituito dai confini.

I confini tra le persone definiscono i ruoli, le possibilità di azione e le aspettative di ciascun interlocutore all’interno della relazione. La definizione dei confini potrebbe essere chiara nella relazione oppure implicita, potrebbe esserci accordo o meno tra le parti, ma l’aspetto secondo me centrale è che la prima definizione dei confini è una questione che riguarda la relazione del soggetto con se stesso.

I confini personali condizionano la relazione con l’altro.

Che valore mi do? Che opinione ho di me stesso? Quali diritti e doveri mi riconosco?

Queste sono solo un esempio di domande che rappresentano i filtri mentali attraverso i quali definiamo i nostri confini personali, gli stessi che faremo rispettare nella relazione con gli altri.

Come imparare a definire e difendere i propri confini? Occorre partire da sé. Serve coltivare la consapevolezza dei propri eventi interni: pensieri, emozioni, risorse, limiti e aspirazioni. Poi occorre rivolgere a se stessi atteggiamenti che a volte riserviamo solo agli altri come empatia, gentilezza, compassione, educazione, rispetto. 

Nel difendere i propri confini occorre essere empatici, gentili, compassionevoli verso se stessi e quindi si deve impedire all’altro: 

  • di non rispettare il nostro corpo,

  • di calpestare i nostri pensieri ed emozioni,

  • di sminuire i nostri progetti.

Le emozioni sono delle buone alleate per capire se qualcuno sta calpestando i nostri confini: emozioni di disagio e sgradevolezza ci avviasano che il nostro spazio è stato invaso.

Non sempre l’altro è in malafede quando calpesta un nostro confine, a volte si comporta come una goccia di olio davanti una di acqua, ma se vogliamo avere relazioni efficaci con gli altri dobbiamo essere noi maggiormente consapevoli di quello che sta accadendo e tornare ad occupare tutto lo spazio che ci compete.

Le nuove regole dall’Ordine degli Psicologi dell’Emilia Romagna

L’ Ordine degli Psicologi dell’ Emilia Romagna ha pubblicato un vademecum per preservare la salute di tutti durante la pratica professionale, ecco di seguito degli opuscoli sulle norme rispettate.

Per cui vi chiedo di venire agli appuntamenti:

  • muniti di mascherina,
  • rispettare l’orario di appuntamento per evitare di sostare nella sala d’attesa,
  • igienizzarsi le mani una volta entrati nello studio,
  • disdire l’appuntamento telefonicamente e non presentarsi se venuti a contatto con pazienti covid positivi o sospetti negli ultimi 14 giorni o in caso di comparsa di sintomi covid.

Dopo ogni appuntamento l’ambiente sarà sanificato e effettuato ricambio di aria.

Rimane attiva la possibilità di colloqui con skype.

Chiamatemi per qualsiasi chiarimento.

Grazie per la collaborazione.

Assertività: la consapevolezza dei propri obiettivi

Tutti i giorni abbiamo a che fare con varie persone ed ognuna ha il suo modo di relazionarsi agli altri. E’ importante conoscere le possibili modalità di relazione per poter scegliere quella più adeguata alla situazione in cui ci troviamo ed a chi abbiamo davanti. Interagire efficacemente con le persone è un’abilità che semplifica la vita. 

L’assertività si contrappone a passività e aggressività. La contrapposizione non sta tanto nella forma del comportamento, che in alcune circostanze potrebbe apparentemente coincidere. La vera distinzione sta nella consapevolezza che la persona ha del comportamento che mette in atto.

Il comportamento assertivo non provoca in se stessi e negli altri insicurezza, sensi di colpa e ansia ma fiducia in sé e autostima. Permette di raggiungere i propri obiettivi, fare scelte autonome, esprimersi adeguatamente senza prevaricare gli altri. Rispetta la propria e altrui dignità.

Il comportamento passivo crea in se stessi frustrazione, colpa e ansia. Non porta al raggiungimento dei propri obiettivi. Spesso favorisce inibizione e isolamento. Porta a subire le decisioni altrui e talvolta a essere manipolati dagli altri. Offre agli altri la possibilità di violare i diritti di chi lo assume.

Il comportamento aggressivo può provocare in se stessi senso di colpa per l’esplosione esagerata in risposta alla situazione vissuta, ma anche rancore verso gli altri. Tende a umiliare l’interlocutore per raggiungere i propri scopi violando la dignità dell’altro.

Accade spesso che persone tendenzialmente passive lascino accumulare frustrazione fino a esplodere con aggressività, si sentano poi in colpa per la loro reazione e per questo si costringano nuovamente ad essere passive. In pratica rimbalzano da un estremo all’altro senza rendersi conto di cosa sia realmente accaduto, come se funzionassero secondo un meccanismo automatico.

La persona con un comportamento assertivo invece legge la situazione, individua l’obiettivo che vuole raggiungere in essa e sceglie gli strumenti verbali e non verbali per arrivarci.

Può dunque accadere che la persona assertiva decida di avere un comportamento apparentemente passivo. Per esempio se il mio datore di lavoro si lamenta per come ho fotocopiato un documento e il mio obiettivo è non assumermi una colpa non mia, gli farò presente che il documento mi è stato dato sbagliato. Se invece voglio difendere la persona responsabile dell’errore, perchè ha già sbagliato varie volte e rischierebbe il licenziamento, probabilmente gli direi “le chiedo scusa, non era mia intenzione, se vuole lo ristampo”. Quest’ultimo comportamento è apparentemente passivo, ma in realtà è funzionale al mio obiettivo di evitare guai al collega (componente cognitiva) e nella giusta scelta di toni e postura (componente non verbale) e di parole (componente verbale) rispetta sia me che il mio interlocutore.

Quindi, il primo passo per capire come relazionarsi in modo efficace è individuare l’obiettivo che abbiamo verso la situazione che ci stiamo apprestando a vivere o stiamo già vivendo. Questo di per sé esclude che vengano messi in atto automatismi cognitivi e comportamentali controproducenti. In seguito proprio in base all’obiettivo scelto verranno selezionati gli strumenti (verbali e non verbali) adatti per raggiungerlo.

Un ultimo appunto: mentre l’aspetto verbale e non verbale possono essere osservati, quello cognitivo no. Non è un qualcosa che cambia in base alla situazione e da esso dipendono le nostre azioni. Nel momento in cui decido quale obiettivo ho circa una data situazione chiamo in causa l’idea che ho di me e gli altri, i miei valori, la mia capacità di risolvere i problemi. La persona assertiva ha un bagaglio cognitivo libero da idee irrazionali cioè inutili e nocive, ha buona autostima e capacità di problem solving.

Ho bisogno di uno psicologo: come lo scelgo? cosa mi aspetto?

Ecco alcune considerazioni utili da fare quando vogliamo rivolgerci a uno specialista per affrontare una qualche difficoltà psicologica.

Innanzi tutto si deve distinguere tra psicologo e psicoterapeuta. Lo psicologo ha conseguito una laurea in psicologia. Mentre lo psicoterapeuta, dopo cinque anni di università, ha anche frequentato una scuola di specializzazione in psicoterapia.

Esistono vari tipi di specializzazione es. cognitivo-comportamentale, sistemica, psicodinamica, ecc.

Solitamente gli psicoterapeuti indicano il proprio indirizzo di specializzazione nel loro bigliettino da visita o sul loro sito web. In ogni caso è un’informazione utile da chiedere perché a ogni indirizzo di specializzazione corrisponde una teoria di riferimento. Cosa vuol dire? La teoria, ossia la concezione del funzionamento e comportamento dell’essere umano, è diversa da una scuola all’altra per cui diversi saranno il focus e gli strumenti proposti. Dunque è importante quando si sceglie uno psicoterapeuta chiedere quale sia l’ orientamento seguito e le sue caratteristiche principali. La condivisione di questi aspetti permette di fare una scelta ancor più consapevole perché chiarisce da subito se il modo di lavorare proposto è un qualcosa con cui si è o no d’accordo.

Psicologi e psicoterapeuti per esercitare devono essere iscritti all’Albo degli Psicologi/Psicoterapeuti della regione di riferimento.

Facciamo adesso un esempio: vedo per la prima volta uno specialista perché penso di avere un problema di natura psicologica. L’ho trovato consultando l’Albo della mia regione. È gentile con me ma non mi sento a mio agio oppure non sono molto convinta del metodo che usa. Cosa faccio? Mi costringo a proseguire gli incontri? Mi dico “ci ho provato, non ha funzionato, lascio perdere e basta”? Lo psicologo/psicoterapeuta è un essere umano e anche per lui vale la regola che non si può piacere a tutti. Al di là della sua competenza, può accadere che qualcosa non ci convinca dal punto di vista umano o per il metodo che usa. Questo non deve farci desistere dal cercare uno specialista che possa aiutarci ad affrontare le nostre difficoltà di natura psicologica. Per cui no, non devo dire “basta, lascio perdere”, semplicemente ne cerco un altro.

Critiche: per comunicare con efficacia è importante saperle fare e ricevere

Una parte utile del training assertivo è costituita dall’imparare ad esprimere un’opinione diversa da quella del proprio interlocutore, che sia un semplice disappunto o una vera e propria critica. Esistono tecniche che aiutano a farlo rimanendo nell’ambito del rispetto per se stessi e per l’altro e che quindi garantiscono la preservazione della relazione nonostante la natura conflittuale della circostanza.

Innanzitutto occorre distinguere tra critiche costruttive e critiche aggressive/manipolative. Le prime sono espresse in termini positivi, circostanziate al contesto e si riferiscono al comportamento (es. il tuo intervento è stato utile ma l’essere arrivato in ritardo ha rallentato il lavoro). Le seconde invece sono indirizzate alla persona e presentano elementi assolutistici come tutto, mai, sempre, ecc. (es. sei sempre il solito, non cambi mai).

Le critiche costruttive, che rispettano i sentimenti propri e dell’interlocutore, aiutano a migliorasi. Ad esse si risponde con l’asserzione negativa. Questa modalità prevede:

l’ammissione condizionata dell’errore

e una domanda sull’opinione dell’interlocutore

es. si potrebbe fare meglio, tu cosa mi consigli?

L’asserzione negativa riduce l’ansia e l’atteggiamento difensivo di chi la rivolge, come pure l’atteggiamento critico di chi per primo ha espresso disappunto.

Le critiche aggressive e manipolative provocano invece senso di colpa, ansia, senso di ignoranza. Ad esse si risponde con tecniche che proteggono dall’attacco dell’interlocutore ma ovviamente possono portare a un’interruzione della comunicazione. Tra queste tecniche ci sono il disco rotto, l’annebbiamento, l’ignorare selettivamente gli spunti, il disarmare la collera, l’inchiesta negativa. L’inchiesta negativa è tra le più utili e comprende:

l’ammissione della colpa,

il dichiarare la propria non intenzionalità

e la disponibilità a rimediare

es. è vero, sono stato io, mi dispiace, non era mia intenzione, posso rimediare in qualche modo?

Assertività: i 5 livelli attraverso i quali realizzarla

Per assertività si intende la capacità di relazionarsi in modo efficace.

Essa comprende sia l’aspetto concettuale, che fa riferimento al contenuto di ciò che si comunica, sia l’aspetto tecnico, ossia il come agire.

L’assertività richiede il raggiungimento di 5 passaggi successivi, gradualmente più complessi.

Il primo livello di questa acquisizione prevede il riconoscere le emozioni e i sentimenti. Questo step passa attraverso il canale autonomico (reazioni fisiologiche) e motorio involontario (micro-espressioni). La lettura, la musica e l’arte in generale possono aiutare ad imparare a riconoscere emozioni e sentimenti. Si tratta di una capacità fondamentale per poter valutare cosa fare di essi e per sviluppare empatia.

Il secondo livello consiste nel manifestare emozioni e sentimenti e prevede l’utilizzo del canale motorio volontario (comunicazione non verbale consapevole). L’emozione spinge all’azione ma siamo noi che decidiamo se compierla o meno. Ciò significa che se mi arrabbio con Marco fino a volerlo insultare posso decidere di non farlo. Insultarlo non risolverebbe la discussione tra noi ma accrescerebbe la tensione nel nostro rapporto. Posso invece cercare spiegazioni alternative al suo comportamento e vedere la mia rabbia trasformata da un’emozione più attenuata e gestibile come il disappunto o addirittura la comprensione. Di qui l’importanza di capire che l’azione ha il potere di cambiare l’emozione. Manifestare le emozioni e i sentimenti col volto, la gestualità, ecc. rende i rapporti più autentici.

Gli ultimi 3 livelli del training assertivo coinvolgono il canale cognitivo verbale (il dialogo interiore e le parole rivolte agli altri) e sono: riconoscere diritti e doveri assertivi, apprezzare e motivare se stessi e gli altri e conoscere se stessi.

Diritti e doveri sono due facce della stessa medaglia: il rispetto. Non si può rispettare gli altri se prima non si rispetta se stessi, le proprie idee e emozioni dal momento che non si parteciperebbe in modo autentico alla relazione con loro.

Apprezzare gli altri e se stessi alimenta la motivazione a raggiungere obiettivi successivi in un processo di miglioramento.

Conoscere se stessi al di là della propria immagine è importante per formulare un’opinione di sé che stia al di sopra del momento. E’ così che l’ autostima ci rende autonomi dal giudizio degli altri e stabili nella percezioni di noi stessi. Ovviamente è anche importante l’immagine che abbiamo e diamo di noi e curarsene è un ulteriore modo per migliorare. Di qui la riflessione sull’aspetto fisico e le doti interiori, i comportamenti abituali, i propri ideali e la visione che abbiamo del mondo in relazione ai nostri valori.

Bibliografia Manuale di assertività di Roberto Anchisi e Mia Gambotto Dessy

Come trasformare la ruminazione patologica in uno stile di pensiero più funzionale

Ruminare è normale quando qualcosa ci preoccupa o non ne capiamo il senso. Esistono però due tipi di ruminazione: astratta e concreta.

La prima prevede una modalità di pensiero astratto, valutativo, concettuale, generalizzato ed è spesso associata alla depressione. La seconda prevede una modalità concreta, specifica, finalizzata all’azione.

Se siamo dei filosofi e dobbiamo scrivere un libro allora la prima modalità sarà quella più utile. Diversamente rischiamo di impantanarci per ore e ore in voli pindarici senza trarne beneficio, anzi sprecando tempo ed energia.

Come passare da uno stile di pensiero astratto (ruminazione depressiva) a uno stile di pensiero concreto? Tra le modalità usate dalla Terapia Cognitivo Comportamentale Focalizzata sulla Ruminazione per la Depressione (RFCBT) c’è per esempio il sostituire la domanda perché? tipica del pensiero astratto con la domanda come? che invece è al centro del pensiero concreto. Il perché? è funzionale alla ricerca delle cause, significati, conseguenze di una certa situazione, mentre il come? promuove un orientamento al cambiamento e dunque un tentativo di risolvere la situazione. Il come? apre la strada a comportamenti di avvicinamento alla realtà attraverso l’adozione di tecniche di problem solving.

Es. perché è successo a me? vs come posso far sì che non mi capiti?

Un’altra strategia è quella di focalizzare l’attenzione in attività coinvolgenti, cioè in attività per le quali l’interesse è rappresentato dalle azioni che si stanno compiendo piuttosto che dal risultato ottenuto. Di contro infatti la ruminazione è spesso un insieme di valutazioni, critiche e autocritiche sulla performance e sui risultati di essa. E’ un po’ come tornare a dire: il viaggio è più importante della meta.

La ruminazione mantiene il pensiero a un livello astratto per cui allontana la persona dall’esperienza e favorisce comportamenti di evitamento. Quando siamo connessi con l’esperienza la nostra attenzione invece è calamitata da ciò che facciamo e dall’ambiente in cui siamo. I canali percettivi ci legano alla realtà e le nostre azioni sono il risultato del vivere con consapevolezza nel momento presente.

Cosa rende un’attività un’attività coinvolgente?

  • c’è equilibrio tra capacità richieste dal compito e quelle possedute, altrimenti il compito sarebbe ansiogeno o noioso

  • l’attenzione è indirizzata a quello che si sta facendo nel qui ed ora

  • l riscontro della nostra azione è immediato es. quando cucino vedo se sto tagliando bene le verdure

  • l’attività è motivante in sé più che per il risultato es. mi piace dipingere anche se non venderò il mio quadro per 1000 euro di compenso

  • viene soddisfatto il bisogno di crescita, apprendimento, miglioramento di sé

  • l’attività è in linea coi valori della persona che la svolge es. una passeggiata al parco se per me è importante il rapporto con la natura.

Un ulteriore aiuto a trovare una modalità di pensiero più funzionale del rimuginio depressivo è l’atteggiamento compassionevole. La ruminazione infatti ha uno stile critico e giudicante sia verso sé che gli altri. La compassione invece è il rispondere cognitivamente e emotivamente alla sofferenza propria e altrui con gentilezza, cura e desiderio di aiutare. Si associa a comprensione, dolcezza, vicinanza, sostegno, assenza di giudizio.

Ruminazione: un’abitudine che usata in modo eccessivo diventa problematica

La RFCBT (Terapia Cognitivo Comportamentale Focalizzata sulla Ruminazione per la Depressione) pone al centro del trattamento la ruminazione perché la considerata causa e mantenimento della depressione.

Perché è importante occuparsi della ruminazione?

E’ importante perché la ruminazione spesso rimane come sintomo residuo della depressione e costituisce dunque un sintomo prodromico per un nuovo episodio depressivo.

Inoltre la ruminazione risulta comune a numerose situazioni patologiche come la depressione, il disturbo d’ansia generalizzata, i disturbi alimentari e il disturbo d’ansia sociale. Occuparsi quindi di questa tendenza disfunzionale permette di dare sollievo a più situazioni problematiche che spesso si presentano in comorbidità.

Per ruminazione (che qualcuno distingue dal rimuginio e qualcuno no, sostanzialmente molto simili) si intende pensare in modo ripetitivo e frequente ai propri sintomi, problemi, aspetti negativi del Sè, alle loro cause e possibili conseguenze.

In realtà la ruminazione è un tentativo comune di risolvere i nostri problemi o cercare di capire qualcosa che sembra non avere senso. Ma può bloccare la mente se mira a soluzioni idealizzate o al di fuori delle nostre possibilità. Idem se puntiamo a obiettivi poco definiti e a lunga scadenza e ci lasciamo andare a riflessioni astratte e valutative.

La ruminazione patologica viene concepita dalla RFCBT come un’abitudine creatasi per una qualche necessità, rinforzata e mai più abbandonata (ad es. un bambino di genitori ipercritici avrà frequentemente pensato tra sé e sé quali comportamenti avere per evitare le critiche dei genitori).

Come tutte le abitudini è automatica, quindi può innescarsi inconsapevolmente, ed è condizionata dagli stimoli che la precedono. Questi possono essere legati al contesto o alla persona stessa es. il luogo dove si trova, le persone presenti, un pensiero o uno stato d’animo, ecc. .

La ruminazione porta all’evitamento infatti permette di evitare di confrontarsi con la realtà problematica salvando da possibili esperienze di fallimento e umiliazione.

Dopo una prima fase di valutazione, volta a rendere la persona consapevole del proprio stile cognitivo disfunzionale, la RFCBT le insegna a modificarlo e a ridurre i comportamenti di evitamento che ne limitano la vita.

EMDR in oncologia

Il tumore costituisce un evento con alta probabilità di traumatizzazione e ritraumatizzazione. Può comportare senso di minaccia per la propria vita (o quella di altri es. familiari), senso di impotenza, iperattivazione, pensieri intrusivi disturbanti, comportamenti di evitamento.
Questi sintomi sono simili a quelli del Disturbo Post Traumatico da Stress (PTSD) : dal 5 al 35% delle persone con cancro riporta sintomi post-traumatici relativi alla malattia.
La ricerca scientifica ha ormai dimostrato la correlazione tra eventi traumatici precoci e indebolimento del sistema immunitario, con conseguenza sull’insorgere di patologie mediche gravi tra cui quella oncologica. Inoltre il senso di impotenza e mancanza di forze non fanno altro che rendere ancor più vulnerabile il sistema immunitario, così come ciò che sentiamo e pensiamo circa noi stessi incide sulla nostra capacità di fronteggiare la malattia.
L’EMDR (Eye Movement Desensitization and Reprocessing) in oncologia lavora in senso olistico su eventi traumatici del passato, sugli schemi cognitivi negativi, sulle strategie di fronteggiamento e quelle per sfide future. Lo scopo è miglorare la capacità adattativa del sistema cognitivo, emotivo e comportamentale.
In uno studio pilota (Faretta e al. 2013) con 18 pazienti aventi diversi tipi di tumore, dopo 12 sedute di EMDR è stata evidenziata una riduzione della sintomatologia PTSD, dell’intensità dei sintomi di ansia e depressione, e del dolore fisico percepito.
Il lavoro con EMDR in oncologia è costituito dal ripercorrere le fasi della malattia, a partire dai momenti in cui la persona capisce che qualcosa del suo corpo prima non c’era e deve andare dal medico per un controllo. Ogni passo serve a migliorare la regolazione emotiva della persona e la sua capacità di resistere alle difficoltà.

Equilibrio nell’incertezza: come tornare a star bene

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