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Emozioni: gestirle con un atteggiamento mindfulness

In un libro sulla rabbia ho letto che uno dei compiti più difficili per un genitore è insegnare ai propri bambini a gestire la rabbia in modo via via più consono alla loro età. Nel libro la si ribadiva come un’emozione umanamente normale che, in quanto tale, non poteva essere semplicemente evitata o repressa  ma doveva essere gestita per consentirle di esplicare la sua funzione adattativa, pena lo sviluppo di disturbi psicologici di vario tipo. Il problema è: i genitori-gli adulti sanno gestire la rabbia? In generale sanno gestire la tristezza? La disperazione?

Gestire le emozioni, in particolare quelle spiacevoli, non è un’abilità così scontata. Le emozioni sono come onde ma non tutti sanno nuotare e quando non si sa come cavalcare le onde, soprattutto quelle alte, ci si sente terrorizzati nel sentirle sopraggiungere. A quel punto o le si evita fomentando ancor più la paura verso esse o le si affronta impreparati con l’alta probabilità di venirne travolti.

Le emozioni sono un universo affascinante e spinoso insieme e l’abilità di gestirle è la chiave per una vita equilibrata.

In un giorno possiamo provare tante emozioni anche molto diverse tra loro. Ci può essere la tristezza, la noia, l’invidia ma anche la calma, la gioia, lo stupore, ecc. La natura delle emozioni è transitoria.  Osservare senza giudicare è l’atteggiamento mindfulness che apre la strada all’accettazione così difficile ma pure necessaria.

Fermarsi e ascoltare ciò che si prova senza giudicare è un buon modo per iniziare ad avere a che fare con le emozioni a ogni età.

*accettazione intesa come far spazio e non per esempio mi fa piacere essere triste

Condividere pesa meno: un piccolo gruppo al femminile

A febbraio riprenderà il progetto Condividere pesa meno presso il baby parking Tra Le Nuvole.

Si tratta di tre incontri di un piccolo gruppo a cui parteciperanno con me altre tre donne. Insieme affronteremo problematiche che nella mia pratica professionale ho visto ricorrere maggiormente nella vita delle persone.
In particolare il tema delle emozioni e la loro gestione, le strategie disfunzionali che mantengono i problemi, quelle che invece sono utili ad affrontarli e i valori che danno un senso alle nostre azioni.
Ogni incontro durerà circa un’ora e un quarto.

Per informazioni contattare:
Tra le nuvole tel. 333-3877605 oppure Luana Serafini tel. 334-9085467.
Tramite mail l’indirizzo:
Tralenuvolericcione@gmail.com o luliserafini@libero.it

Petizione contro il depotenziamento del reparto di chirurgia senologia dell’Ospedale Franchini di Santarcangelo

Riporto un articolo scritto da Cristina Fiuzzi su www.romagnauno.it

L’ospedale di Santarcangelo non si tocca. Una petizione, una raccolta firme, affinché il nosocomio sia lasciato integro di spazi e specialità. Come la chirurgia senologica, unità operativa diretta dal dott. Domenico Samorani, divenuta punto di eccellenza per tutta la Regione e oltre.

Vi è in atto, in tutta l’Emilia Romagna, una riorganizzazione sanitaria che vede l’accorpamento tra i vari territori (comuni limitrofi o Province vicine) delle varie specialità. Se da una parte si può parlare di grandi poli specialistici con presunti risparmi, dall’altra vi è un depotenziamento sui territori di unità operative, che, costringono pazienti e familiari a percorrere anche centinaia di chilometri quando vi è la necessità di un intervento specialistico. Quindi, perchè l’ospedale Franchini rimanga così com’è, con i punti di eccellenza territoriali, è nata una raccolta firme una petizione organizzata dall’associazione “Il Punto Rosa” e dal gruppo Facebook “Noi santarcangiolesi”.

La chirurgia senologica dell’Ospedale Franchini di Santarcangelo è ancora a rischio – si spiega in una nota – . Una eccellenza come questa verrà smembrata e fortemente depotenziata, con riduzione di spazi a favore di OS.CO. Le donne colpite da carcinoma al seno avranno in tutto a disposizione solo 4 camere per la degenza. Dobbiamo cominciare ancora la battaglia”. A tal proposito, a Santarcangelo in moltissime attività sono stati distribuiti i fogli per la raccolta firme. (Cristina Fiuzzi)

 

Uno può firmare o non firmare ovviamente, siamo in un Paese libero. Una riflessione in ogni caso è utile. Se del reparto di chirurgia senologica di Santarcangelo avessi bisogno io, mi sentirei ancor più maltrattata dalla vita se non mi venisse dato un posto dove potermi curare. Vorrei avere la possibilità di curarmi vicino casa con medici e personale di grande professionalità e umanità. Alla rabbia, frustrazione ed impotenza legate alla malattia si aggiungerebbero quelle dovute alla mancanza di  spazi e agli spostamenti. Perchè cambiare una realtà che funziona bene?

PETIZIONE 2018 : “NO AL RIDIMENSIONAMENTO E DEPOTENZIAMENTO DEL 
REPARTO DI CHIRURGIA SENOLOGICA dell’Ospedale Franchini di Santarcangelo
con l’istituzione di un Ospedale di Comunità – OS.CO
DENTRO l’attuale reparto di Chirurgia.”
IMPORTANTE : ecco redatto ELENCO ANALITICO COMPLETO PER ZONE dove firmare PETIZIONE

 

Alta sensibilità: Il dono delle persone sensibili di Nicoletta Travaini

Qualche mese fa un amico mi ha inviato il titolo di questo libro dicendomi che, ascoltando un’intervista all’autrice, gli sono venuta in mente.

Il dono delle persone sensibili di Nicoletta Travaini descrive le caratteristiche delle persone altamente sensibili (PAS) e suggerisce alcune strategie per gestire al meglio questo tratto della personalità. L’alta sensibilità non è un disturbo ma una predisposizione a percepire tutto, tanto e sempre esponendo chi ce l’ha a una ricchezza di stimoli che all’estremo rischia di diventare schiacciante. Può accadere che le PAS cerchino di evitare questa sopraffazione isolandosi e rinunciando all’interazione piuttosto che venirne stritolati. Per questo è utile conoscere le caratteristiche dell’alta sensibilità e munirsi di strumenti che le modulino.

Un concetto chiave della trattazione è che l’eccesso di attivazione o la sua mancanza fanno accedere ad un crollo perché le PAS hanno bisogno di equilibrio nella quantità e intensità di stimoli elaborati. Ridurre la reattività, essere consapevoli dei propri limiti per anticipare il crollo prima che arrivi sono le chiavi per rimanere in una zona di benessere. Tuttavia, qualora si verifichi un crollo, anche dal crollo si può imparare, dandosi il tempo per recuperare, fermandosi e ascoltandosi, imparando dai propri errori. Devo dire che questa mi pare la ricetta utile a tutte le persone (PAS e non-PAS) per raggiungere e preservare il proprio equilibrio.

Uno degli intenti dell’autrice è proprio far capire ai PAS che comportamenti definiti “strani” dai più in realtà sono dovuti alla proprie caratteristiche e presenti nel 20% della popolazione e che le caratteristiche che creano disagio in realtà possono essere gestite riducendone le conseguenze problematiche. A questo scopo nel libro vengono spiegati i passi da compiere per raggiungere la propria zona di benessere, nonostante i momenti difficili che una personalità altamente sensibile incontra, suggerendo esercizi pratici tra cui la mindfulness.

Un passaggio che mi ha fatto sorridere è quello relativo allo shopping. L’autrice sostiene che per un PAS lo shopping possa essere motivo di stanchezza, nervosismo e irritazione proprio perché espone a un’infinità di stimoli che i PAS non posso fare a meno di cogliere. La cosa mi ha divertita perché da sempre la mia famiglia considera strana e prende in giro la mia avversione per lo shopping. Nel mio armadio ci sono solo vestiti che mi sono stati comprati o cuciti perché dopo 5 minuti in un negozio mi viene mal di testa, mi innervosisco fino ad arrabbiarmi. Quando sono costretta ad andare al centro commerciale e per sbaglio mi fermo davanti una vetrina, non posso fare a meno di pensare a quanto debba essere pesante per le commesse lavorare in un ambiente senza finestre, sotto accecanti luci artificiali, con un brusio interminabile e una mescolanza di odori che stordisce. E poi penso a quanto rientreranno stanche a casa la sera. In pratica dei vestiti in vetrina ne noto ben pochi. Per me è estenuante andare al centro commerciale. Ovviamente ho fatto leggere le pagine dedicate a come un PAS vive quello che tutti pensano sia divertente (shopping, cinema, discoteca, sport…) alla mia famiglia.

La parte più triste del libro invece è stata per me quella relativa alle relazioni soprattutto alle relazioni di amicizia. In fondo che in una relazione sentimentale fili sempre tutto liscio non se lo aspetta nessuno ma nell’amicizia si. Le PAS nelle relazioni danno tutto senza risparmiarsi, soddisfano le richieste, spesso le anticipano, leggono il disagio dell’altro in dettagli che i più trascurano e sono sempre pronte a capire, comprendere, aiutare. Il problema è che si aspettano reciprocità ed è quasi impossibile per un non-PAS soddisfare questa aspettativa. Dunque è facile che le persone altamente sensibili si ritrovino deluse dalla non corrispondenza che caratterizza le loro relazioni e questo può portarle a chiudersi ed evitare i rapporti. Trovo che questa descrizione sia tristemente vera.

La lettura è facile e scorrevole. Utile anche a chi vive con una persona altamente sensibile.

Intolleranza all’ambivalenza: e adesso cosa scelgo?

Ci sono persone che trovano estremamente difficile prendere decisioni: scegliere di stare con Anna piuttosto che con Elisa, dipingere la parete di blu piuttosto che di verde, ordinare una pizza margherita piuttosto che una quattro stagioni, ecc. Sono persone con poca tolleranza dell’ambivalenza. Provano emozioni contraddittorie verso se stesse o gli altri e vogliono prendere solo decisioni che risolvano questa ambivalenza. Sprecano tempo ed energia a raccogliere informazioni e rassicurazioni, rimandano la decisione in attesa di individuarne una priva di svantaggi.

Le persone che mirano alla decisione perfetta, rifiutano i compromessi e spesso sono guidate da distorsioni cognitive tra cui il pensiero perfezionista (es. se qualcosa stona non è la scelta giusta), il pensiero dicotomico (es. o va bene o non va bene), il ragionamento emotivo (es. non mi sento convinto per cui non è la scelta giusta) e le doverizzazioni (es. dovrei essere felice della mia scelta). L’intolleranza all’ambivalenza inoltre favorisce la ruminazione: dopo aver preso una decisione la persona continua a riflettere sui vantaggi della scelta scartata facendo passare in secondo piano gli aspetti positivi di quella fatta.

Un altro freno alla tolleranza dell’ambivalenza è poi la paura di prendere la decisione sbagliata e che rimpianto o rimorso contaminino irrimediabilmente la nostra vita. Rimpianto o rimorso sono emozioni e come tutte le emozioni sono utili in quanto ci danno delle informazioni, per esempio che dobbiamo cambiare strada. Non saranno certo il rimorso o il rimpianto a impedirci di agire secondo i nostri desideri.

Perché è importante ridurre l’intolleranza all’ambivalenza delle emozioni?

Occorre abbandonare l’idea semplicistica delle emozioni ossia che si debba provare emozioni univoche verso qualcosa o qualcuno. La realtà è complessa per cui è normale che aspetti diversi della stessa realtà elicitino emozioni anche contrastanti.

Emozioni contrastanti possono essere viste come ricchezza emotiva, segni di maggiore accuratezza nel percepire la realtà, maggiore conoscenza. Far spazio a emozioni ambivalenti permette di accettare la realtà nella sua complessità e apprezzare quello che si ha, non perdersi nella ruminazione e godere degli aspetti positivi della propria decisione.

Ps. in foto righe dal libro Emotional schema therapy.

Condividere pesa meno: un piccolo gruppo al femminile per condividere pensieri e emozioni, riflettere e dedicarsi del tempo

A Riccione esiste uno spazio nuovo e colorato, ampio e divertente dedicato ai bambini. E’ Tra le nuvole, un baby parking che organizza attività educative, interessanti e divertenti per i bambini ma non dimentica i genitori.

Ho conosciuto Federica che gestisce il centro e insieme abbiamo pensato a uno spazio dedicato alla donne e alle mamme senza limiti di età, durante il quale condividere il peso della giornata, riflettere e imparare qualcosa.

Si tratta di tre incontri  gruppo, un piccolo gruppo a cui parteciperanno con me altre tre donne e insieme affronteremo problematiche che nella mia pratica professionale ho visto ricorrere maggiormente nella vita delle persone.

In particolare il tema delle emozioni e la loro gestione, il tema dell’immagine che ognuna ha di sé e di come sia cambiata nel tempo, il tema del divario tra ciò che ognuna ha e ciò che vorrebbe.

Ogni incontro durerà circa un’ora e prima di salutarci faremo un esercizio di mindfulness per imparare uno strumento utile al recupero dell’equilibrio.

 

Gli incontri partiranno a novembre e saranno gratuiti.

Per iscriversi contattare Tra le nuvole tel. 333-3877605 oppure Luana Serafini tel. 334-9085467.

Tramite mail l’indirizzo Tralenuvolericcione@gmail.com o luliserafini@libero.it

 

Tra le nuvole si trova in via Circonvallazione, 28 a Riccione, pagina facebook

https://it-it.facebook.com/babyparkingriccione/

Progetto Dahlia: un 2019 con Il Punto Rosa

24 donne, che hanno nella loro storia un percorso di malattia oncologica, sono le modelle di un calendario realizzato dall’Associazione TCLUB per l’Associazione Il Punto Rosa.

Fiori tra le mani, sorrisi sui volti, fermezza negli occhi.

Sono state queste le cose che mi sono subito saltate agli occhi quando ho sfogliato per la prima volta questo calendario. Poi ho visto dei corpi femminili normali. I segni della malattia ci sono ma non sono la caratteristica che contraddistingue le fotografie. Secondo me il filo conduttore è la normalità: la normalità dell’esistenza umana che per tutti è sorriso e tristezza, caduta e recupero, vita e malattia, dolore e resistenza, paura e coraggio. In pratica tutto e il contrario di tutto. Mi piace come nelle foto, tra luci e ombre, sia stata raccontata la vita nei suoi contrasti.

Trovo incredibile il gesto di queste donne che hanno accettato di mostrarsi nella loro normalità per aiutare altre donne che stanno affrontando il complesso percorso da loro stesse già vissuto.

La solidarietà, la condivisione, la gentilezza alla base delle iniziative de Il Punto Rosa sono un esempio di quell’umanità che fa sentire meno soli.

Per chi vuole il calendario e vuole contribuire a realizzare i progetti de Il Punto Rosa può contattare l’Associazione attraverso la pagina facebook, oppure chiamare il 3273280074.

Il 29 e 30 settembre saranno presentati degli scatti in bianco e nero (by TCLUB) al Teatro Sociale di Novafeltria (RN).

Mindfulness in un libro per bambini e genitori

Tra i libri sulla mindfulness Calmo e attento come una ranocchia, scritto da Eline Snel, mi ha subito colpito per la sua copertina che ha un’immagine graziosa e divertente, dai colori tenui e le linee tondeggianti.

I brevi capitoli presentano il giusto equilibrio tra parole e disegni. Le pagine scorrono veloci in un linguaggio semplice e mai ridondante. Ogni frase nella sua essenzialità contiene informazioni utili senza appesantire la lettura.

L’argomento trattato è la mindfulness, ossia la meditazione, a portata di bambino. Gli esercizi, contenuti nel cd in dotazione col libro, partono dai 5 anni in su e sulla parte interna della copertina è indicata l’età adatta ad ogni esercizio.

Io lavoro con gli adulti ma ho deciso di comprare questo libro, che in fondo è dedicato anche ai genitori, perchè ero curiosa di leggere come l’autrice proponesse la meditazione ai bambini. Mi sono ritrovata in alcuni suggerimenti dati e ho preso spunto per altri che ho trovato facili da utilizzare con la mia bambina (6 anni).

Io e la mia bambina abbiamo per esempio ascoltato la meditazione della piccola ranocchia (5-12 anni) e devo dire che è riuscita a seguire fino a pochi secondi prima della fine della registrazione. L’essere come una ranocchia che gonfia la pancia e osserva immobile quel che accade è una metafora che ogni tanto riprendiamo un po’ per scherzo e un po’ per davvero. Ci fa sorridere ma in effetti in quelle occasioni la mia bambina si ferma e respira usando il diaframma, per cui l’immagine della ranocchia le è risultata funzionale ad assumere una modalità mindfulness.

La frase che più mi è rimasta impressa è non ci sono pensieri, nella pancia, solo il respiro. Ed in effetti quando la mia bambina ha una reazione non controllata ed esagerata ad un pensiero o un’ emozione disturbante, tipo urlare o lanciare oggetti, di solito le chiedo di fermarsi e mandare l’aria nella pancia, aspettiamo qualche respiro e riprendiamo più calme a districare la situazione. L’attenzione al respiro che scende in pancia permette di ri-centrarsi lasciando perdere pensieri e emozioni che ci ingarbugliano e ci lascia la libertà di decidere cosa è opportuno fare o non fare.

Un’altra parte che ho molto apprezzato è stata quella dedicata alle immagini mentali sui desideri che abbiamo. Le immagini infatti aprono la strada al cambiamento. Potrebbe cambiare il nostro atteggiamento verso la situazione che viviamo o potrebbe cambiare la situazione. Di base è importante il fatto che qualcosa possa cambiare. Serve pazienza, fiducia e saper lasciare andare. Lasciare andare che le cose non vadano necessariamente come vogliamo ma che comunque possano cambiare.

Infine il capitolo sulla gentilezza è un riferimento a qualcosa che nei comportamenti umani, sia verso sé che gli altri, spesso manca ma che è fondamentale recuperare per porsi in una condizione di apertura, calma e benessere.

Consiglio il libro a tutti quei genitori che vogliono trasmettere al loro bambino piccoli e semplici comportamenti utili a gestire il proprio rapporto con le emozioni e i pensieri più o meno sgradevoli fin da subito.

Lo consiglio anche a chi non ha bambini perché penso che le cose più semplici in realtà siano le più solide ed efficaci, per cui fare gli esercizi proposti può essere molto utile a ogni età.

Gioco del “mi piace…” : un modo divertente per tornare a focalizzarsi sul positivo

Focalizzare l’attenzione sul negativo è una distorsione cognitiva usuale nelle persone che vivono una situazione problematica di tipo depressivo. Vedere tutto nero favorisce il continuare a vedere tutto nero.

Due anni fa ho attraversato in un momento particolarmente difficile della mia vita. In quel periodo mi sono accorta che la mia bambina di soli 4 anni usava spesso la parola “però…” : mi piace la pizza però è troppo spessa, mi piace il parco però non c’è lo scivolo, mi piace camminare però mi stanco, ecc. .

Per qualche giorno sono stata attenta ai suoi “però” e ho constatato che erano veramente troppi, indici di una tendenza a focalizzarsi su ciò che non andava, sul negativo.

Ovviamente mi sono preoccupata. Attraverso l’apprendimento osservativo la mia bambina stava imparando un atteggiamento mentale disadattativo che evidentemente ero io ad avere proprio per quel momento particolarmente difficile della mia vita.

Il notare ciò che non va può essere utile se rimane entro certi limiti perché permette di migliorare il migliorabile, ma se eccede diventa un atteggiamento mentale tutt’altro che utile perchè favorisce il sentirsi frustrati, insoddisfatti anche impotenti quando vorremmo cambiare qualcosa che non si può cambiare.

Dopo l’iniziale reazione d’allarme, ho pensato a un modo per invertire i processi e favorire nella mente della mia bambina (e la mia) invece un atteggiamento rivolto al positivo.

È nato così il nostro gioco del “mi piace…” .

Le regole sono semplici: a turno ognuno dice cosa gli piace.

Per esempio:

–  mamma: mi piace camminare

– bambina: mi piace il gelato

– mamma: mi piace il profumo del gelsomino

– ecc….

E’ un gioco che nella sua semplicità permette di concentrare l’attenzione sugli aspetti positivi della propria vita, apre la strada alla consapevolezza su ciò che ci fa star bene, ci rende contenti, ci regala un sorriso. Inoltre insegna ai bambini a rispettare i turni nella conversazione, l’ascolto e il rispetto dell’altro. Per una mamma poi è utile per indirizzare l’attenzione del proprio bambino verso cose per lei importanti, per esempio io iniziavo dicendo che a me piaceva respirare, il profumo dei fiori, il rumore del vento e ho notato che nelle volte successive era la mia bambina a soffermare la sua attenzione su questi aspetti.

All’inizio giocavamo tutti i giorni e spesso. In pochi giorni lei ha smesso di usare il “però” nelle sue frasi quando mi raccontava quello che aveva fatto all’asilo e in generale durante il giorno. Successivamente giocavamo quando avevamo momenti liberi come un viaggio in macchina o in fila dal pediatra. Mentre giocavamo il suo atteggiamento si arricchiva di entusiasmo, era esplosiva nel comunicare ciò che le piaceva, non tratteneva il sorriso e gli occhi sprizzavano di felicità. Lo stesso accadeva in me anche se in modo più contenuto: notavo un senso di sollievo, la voglia di sorridere e una tendenza al positivo come un ingranaggio a cui servisse essere oliato e che finalmente riprendeva a girare.

Adesso la mia bambina ha 6 anni. Un mesetto fa ci siamo ritrovate a fine giornata in cucina, io ero intenta a sistemare, presa dalle mie cose e per niente contenta di farle mentre lei era annoiata, probabilmente anche lei stanca. A un certo punto se ne è uscita fuori con “giochiamo al mi piace?”. E’ stato un attimo quello in cui mi sono resa conto  che la mia bambina ha usato il gioco come strumento per gestire emozioni scomode nate dalla situazione fastidiosa in cui era (e io con lei), ed è stato uno dei momenti più felici e soddisfacenti della mia vita. Usare strumenti adattivi per gestire una difficoltà emotiva è un’abilità straordinaria ancor più in una bambina di 6 anni. Il mio cuore è scoppiato di orgoglio, neppure sapere che ha preso 10 in un compito scolastico avrebbe potuto farmi sentire così orgogliosa e fiera della sua mente.

 

 

 

 

 

 

Rimuginio: adesso basta!

A volte ci sono pensieri che ci girano in testa per ore assorbendo la nostra energia e il nostro tempo. Letteralmente: ci sfiniscono.

Ne faremmo volentieri a meno, anzi sappiamo benissimo che per la nostra salute mentale dovremmo smettere di farli rimbalzare da una parte all’altra della mente. Eppure non riusciamo a farne a meno. Rimangono attaccati come fastidiosa gomma da masticare alla suola della scarpa e trattengono la nostra vitalità. Limitano le nostre potenzialità.

È un vero e proprio rimanere incastrati in piani temporali e dimensioni dell’essere che tutto sono meno che la realtà presente. Eppure noi siamo solo questo: il nostro presente. Il presente racchiude l’eco del passato e il sentore del futuro, ma rimane uno schietto qui ed ora che è talmente elementare da diventare a volte difficile da realizzare.

So cosa vuol dire quando qualcuno mi dice “non riesco a smettere di pensarci!”. Lo so davvero, sia come terapeuta perché vedo la sofferenza che il rimuginio con la sua insistenza produce nelle persone, sia come persona. La mente è sopravvissuta grazie alla sua abilità di risolvere problemi per cui se ne vede uno all’orizzonte in automatico ci si fionda sopra come un condor sulla sua preda. Sono orgogliosa di avere una mente che fa quello che ha permesso alla specie umana di arrivare a oggi attraverso secoli di storia, ma preferisco che questo suo servizio si limiti a situazioni davvero a rischio e che invece lasci le persone focalizzate sul loro presente per il resto del tempo.

Ci sono varie tecniche usate proprio per aiutare la mente a lasciar perdere il suo giro in giostra sul quel folle treno del rimuginio. Ogni persona può trovare quella più adatta a sé, per questo è importante provarne un po’ per vedere con quale ci si sente più a proprio agio e quale dunque risulta più utile per sè.

Ecco una tecnica che trovo efficace e che spesso consiglio:

  • quando ci rendiamo conto che la nostra testa è presa all’amo da una serie infinita di pensieri, che sono sempre gli stessi e non si risolvono mai, quando dunque ci accorgiamo che non siamo connessi col momento presente ma persi in una dimensione spazio-tempo che non è reale,
  • dobbiamo smettere di fare quello che stiamo facendo es. camminare, cucinare, ecc.
  • e, magari chiudendo gli occhi per concentrarci meglio, passiamo al prestar attenzione a quello che le nostre orecchie captano dall’ambiente circostante: notiamo i suoni più forti, quelli di sottofondo, quelli di tonalità intermedia, quelli che smettono di esserci, quelli che sentiamo ma prima non c’erano, quelli che si modificano o rimangono sempre uguali, ecc.

Questo esercizio ci permette di rifocalizzare l’attenzione sul presente, cioè su tutto quello che una persona ha davvero. Aiuta a spezzare le catene del rimuginio. Aiuta a farci scendere dalla nuvola dei pensieri infiniti. È una forma di meditazione perché promuove la consapevolezza nel qui e ora. Può essere eseguito come esercizio a sé in qualsiasi momento.

Per andare al lavoro di solito costeggio a piedi un parco e mi capita spesso di fermarmi concentrandomi sui suoni. Ho notato che, facendolo, se ho tensioni fisiche di solito si allentano e mi viene quasi automatico accennare un sorriso. Il sorriso potrebbe essere legato a una forma di rilassamento della muscolatura facciale oppure potrebbe essere collegato alla simpatia che mi ispira il canto degli uccellini. Alcuni, va detto, sono delle prime donne assolute ma il loro verso è il la per una sintonia che dall’udito coinvolge gli altri sensi fino a trasportarmi alla consapevolezza di trovarmi dove devo essere, nel modo in cui sono e che va bene così.

Ps.: la foto pubblicata con il post è evidentemente di scarsa qualità perchè l’ho fatta col telefono mentre camminavo una mattina di febbraio. Mi è sembrato di un’incredibile bellezza il filtrare del sole tra gli alberi dopo tanti giorni di grigio invernale. Immergersi nel qui ed ora permette di cogliere momenti magici che una testa sovrappensiero perde immancabilmente.

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