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donazione contro tumore

Tumore: donazione di un’apparecchiatura all’Ospedale di Cattolica

Linda Serafini: esempio di forza e altruismo

Ecco un esempio di chi, pur combattendo una battaglia personale impossibile da vincere contro il tumore, non si è mai dimenticato degli altri aiutandoli a guardare oltre e spronandoli a impegnarsi sempre e comunque.

Il tumore ci ha provato a portarla via ma ha portato via solo il suo corpo, il suo cuore rimane nei gesti gentili e pensieri altruistici che ha avuto per chi ha amato e anche per chi non conosceva.

Il 7 agosto del 2015  all’Ospedale Cervesi di Cattolica si è tenuta la cerimonia per la donazione di un’apparecchiatura per il servizio di Day Hospital Oncologico da parte dei familiari di Linda.

Si tratta di un congelatore destinato alla refrigerazione di cuffie per prevenire la caduta dei capelli nei pazienti in trattamento chemioterapico con farmaci moderatamente alopecizzanti. Durante il suo percorso infatti Linda aveva capito quanto questo potesse essere importante per i pazienti come lei e ha espresso il desiderio che almeno altri potessero farne uso.

Nella foto la mamma di Linda, il dottor Tassinari, il dottor Nicolini, il marito ed il padre di Linda.

(foto dal sito altrarimini.it)

perfezionismo

Perfezionismo: un possibile fattore di ansia e depressione.

Esiste il perfezionismo auto diretto ossia imporsi standard personali eccessivamente elevati e impossibili da realizzare, il perfezionismo eterodiretto quando si pretende che gli altri si adeguino ai nostri standard di comportamento e il perfezionismo socialmente imposto quando si ha la percezione che gli altri abbiano verso noi aspettative incredibilmente alte e occorra soddisfarle per la loro approvazione.(Hewitt e Flett).

Il perfezionismo può interferire nel rendimento scolastico e lavorativo (per esempio essere così rigidi circa i propri standard di rendimento da non tollerare risultati al di sotto dell’eccellenza oppure perdersi in controlli e ricontrolli per accertarsi del lavoro svolto accumulando spesso ritardi), pulizia e gusti personali (per esempio ritenere che sia necessario pulire i pavimenti tre volte al giorno e scontrarsi con chi la pensa diversamente), ordine e organizzazione (come ritenere di dover organizzare le cose in un certo modo e perdere molto tempo dietro questa pretesa), scrittura (per esempio per paura di commettere errori non riuscire a ultimare la compilazione di un modulo), conversazione (per esempio avere standard di linguaggio tali da non resistere al correggere eventuali errori dell’interlocutore), aspetto fisico (per esempio essere talmente ossessionati dal proprio modo di vestire da arrivare tardi al lavoro), salute e igiene personale (per esempio ritenere accettabili solo determinati cibi escludendo tutti gli altri).

Molti studi hanno dimostrato che il perfezionismo sarebbe una componente importante dei disturbi depressivi, collera,ansia sociale e da prestazione, apprensione, comportamenti ossessivi compulsivi, dimorfismo corporeo e disturbi alimentari.

Assertività

Per migliorare il rapporto con se stessi attraverso un’efficace comunicazione con gli altri

Il comportamento assertivo è il comportamento di chi esprime i propri pensieri, bisogni, sentimenti ed emozioni in modo coerente ed adeguato alla situazione senza provare ansia e senso di colpa nel rispetto di sé stesso e degli altri.

Come ogni comportamento lo si impara (o anche se appreso si può smettere di praticarlo) per cui chi non è assertivo può diventarlo (e chi lo è può smettere di esserlo).

I comportamenti alternativi (anassertivi) sono quello passivo e quello aggressivo.

La persona passiva è attenta solo agli altri, è condizionata e influenzata dagli altri, subisce, non si oppone, ha un’elevata ansia sociale e con l’obiettivo di captare la benevolenza degli altri ed evitare il conflitto si espone a frustrazione, ansia, senso di colpa, inibizione, violazione del mondo interiore, mortificazione della propria dignità.

La persona aggressiva è attenta solo a sé, prevarica gli altri, utilizza metodi coercitivi e distruttivi e cerca di raggiungere potere personale e sociale al costo di senso di colpa e difesa personale, collera, ostilità, umiliazione e disprezzo per gli altri, mortificazione della dignità degli altri.

La persona assertiva invece è attenta a  sé e agli altri, non è condizionata dagli altri, utilizza metodi motivanti e gratificanti e perseguendo il successo personale e sociale ha emozioni e pensieri privi di insicurezza e ansia, ha considerazione e fiducia di sé e degli altri, fa scelte autonome, rispetta la propria e altrui dignità e ha una buona autostima.

Nel definire un comportamento come assertivo piuttosto che anassertivo (passivo, aggressivo) occorre sottolineare il concetto di situazionalità: non esiste una risposta assertiva in assoluto e anche un comportamento passivo o aggressivo potrebbe essere considerato assertivo qualora fosse utile o necessario alla situazione quindi scelto e non automatico, non determinato dall’emozione provata. Per esempio: se una persona riceve una multa da un vigile particolarmente severo è poco conveniente esprimere tutti i propri sentimenti di disappunto e i pensieri circa quanto sia eccessivo quel provvedimento, probabilmente aderire al punto di vista del vigile senza discutere è il modo migliore per ottenere il minor danno possibile.

Quasi sempre il comportamento assertivo è il comportamento più competente per quella determinata situazione, quello che la risolve al meglio sia per sè che per gli altri.

Quindi ciò che differenzia il comportamento di una persona assertiva da quello di una persona anassertiva è proprio la possibilità di sceglie in che direzione mandare il proprio comportamento ma affinchè questo sia possibile la persona deve aver chiaro il proprio obiettivo all’interno relazione (il vigile ha intenzione di farmi una multa: voglio che cambi idea? O voglio evitare che mi faccia una multa troppo salata in conseguenza di rimostranze che non è disposto ad ascoltare?).

Dunque uno dei primi passi è chiarirsi cosa si vuole ottenere dalla situazione di relazione che si sta vivendo e il secondo passo è scegliere il modo più adeguato per raggiungere quell’obiettivo (continuando con l’esempio sopra: se il mio obiettivo è evitare una multa troppo salata non protesterò, ammetterò l’errore e manifesterò la mia non intenzionalità nel commetterlo.)

 

Costruire una risposta competente: il training di assertività

Ostacolo principale del comportamento assertivo è l’ansia.

Esiste un rapporto diretto tra ansia e inabilità relazionale: l’ansia può generare inabilità e definirsi così primaria oppure può esser generata da inabilità e in questo caso definirsi secondaria. Superando questa doppia interpretazione il training di assertività include sia tecniche di controllo sull’ansia basate sul rilassamento (es. training autogeno, rilassamento neuromuscolare di Jacobson) che interventi per rimediare all’inabilità e dunque anche all’ansia secondaria che ne deriva. Infatti a volte le persone non sanno come comportarsi non perchè in preda di un’ansia primaria ma semplicemente perchè non hanno appreso certi comportamenti o non hanno avuto buoni modelli. Questa loro inabilità, che è primaria, inoltre genera ansia che farà si che la persona non sviluppi l’abilità in loro mancante e/o carente ma addirittura eviti le situazioni che le consentirebbero di praticarla. Dunque il training di assertività può avere la funzione sia di colmare lacune relative al bagaglio comportamentale dell’individuo come anche di migliorarne le capacità relazionali in vari ambiti, da quello professionale a quello sociale e ancora a quello privato.

Durante il training vengono costruite risposte abili attraverso la consapevolezza delle componenti del comportamento assertivo che sono di tipo cognitivo, verbale e non verbale e l’esercizio quale modalità fondamentale per contrastare l’ansia e permettere di acquisire gradualmente, fino a farli divenire automatici, comportamenti abili.

Ecco nel dettaglio gli aspetti che in un complesso processo di reciproca integrazione concorrono a produrre un comportamento assertivo.

Componenti cognitive

  1. Capacità di discriminare tra comportamenti passivi, aggressivi e assertività
  2. Set cognitivo:

– avere una buona immagine di sé (ossia una sana autostima)

– avere capacità di problem solving

– eliminazione dei pensieri disfunzionali che generalmente sono preconcetti, paure, pregiudizi legati a eccessivo perfezionismo, senso di colpa e a falsi miti come quelli della modestia, della debolezza, della forza, ecc. Questi pensieri hanno influenza sul nostro comportamento e sulle emozioni che proviamo dunque è utile essere consapevole della loro presenza e del loro effetto. Alcuni esempi dei pensieri disfunzionali più diffusi: doverizzazioni (devo assolutamente andare in palestra, devo andare a casa a lavare i panni, ecc.) che appesantiscono la vita; idee di intolleranza e insopportabilità (non accetterò mai di esser trasferito di ufficio, o cambia organizzazione o mi separo dal gruppo, ecc.); catastrofizzazioni (se mi lasciasse morirei, se lo dicessi alla mia famiglia mi caccierebbero di casa, ecc.); i bisogni assoluti o di indispensabilità (un tenore di vita più modesto non è adatto alle mie esigenze, non permetto che mio marito accetti un trasferimento per il suo lavoro, ecc.).

Componenti non verbali:

contatto visivo

espressione facciale

postura

distanza corporea

contato corporeo (es. stretta di mano)

tono, inflessione e volume della voce

gestualità

Con la comunicazione non verbale diamo all’interlocutore informazioni delle quali spesso non siamo consapevoli, riconoscerle ed eventualmente correggerle ci consente di favorire l’interazione.

Componenti verbali

abilità di comunicazione che consentono di iniziare, mantenere e concludere una conversazione: saper fare le domande, dare informazioni generali o personali

tecniche per proteggersi da critiche altrui manipolative, non costruttive:

– disco rotto (ripetere ciò che si vuole tranquillamente, senza nervosismo)

– annebbiamento (annebbiare la critica con parole che possono avvallare qualche parte della comunicazione dell’altro ma in realtà esprimono diverso parere, es.: capisco quel che dici ma forse dovremmo ragionare…)

– asserzione negativa (ammettere il proprio errore senza girarci intorno con scuse)

– inchiesta negativa (chiedere informazioni sulla critica, es.: cosa del mio intervento non ha gradito?)

– discriminazione selettiva (cogliere nella critica solo alcuni elementi tralasciando gli altri)

– disarmo dell’aggressività (contrapporre a un atteggiamento violento un atteggiamento di calma e qualora necessario addirittura abbandonare la comunicazione per salvaguardare la propria integrità fisica, es.: magari riprendiamo la conversazione quando i toni saranno meno accesi).

Abilità assertive più complesse ma comunque necessarie a favorire una buona interazione sono la capacità di entrare nella comunicazione “al momento opportuno” (timing), il saper parlare in pubblico, tollerare i silenzi (a volte il silenzio arricchisce la conversazione), il saper interrompere la conversazione, fare e rifiutare richieste, fare e ricevere complimenti.

 

E’ una tecnica o terapia?

Il training di assertività utilizza conoscenze psicologiche delle teorie cognitivo-comportamentali e nell’ambito di una psicoterapia di tale indirizzo può, a seconda delle caratteristiche del caso, esser parte di un programma di trattamento più ampio insieme ad altre tecniche oppure può rappresentare da solo il trattamento scelto, e sempre a seconda delle particolarità del caso in esame il terapeuta deciderà se e quali parti dell’assertività affrontare col paziente e quali esercizi a lui proporre.

Il progredire e migliorare passa attraverso un’attenta programmazione dei comportamenti sia a livello di conoscenza di sè, che di esercitazione quotidiana e periodica verifica. Individuare le tappe di questo percorso e raggiungere i relativi obiettivi è più efficace se sotto la guida di uno specialista.

 

Bibliografia

 

Bonenti D., Meneghelli A., Assertività e training assertivo, casa editrice FrancoAngeli , Milano, 2002

Bauer B, Bagnato G., Ventura M., Puoi anche dire di “No!”, Baldini Castoldi Dalai editore , Milano, 2002

Boldrini A. L., Spagnulo P., Le chiavi dell’autostima, casa editrice Ecomind, 2009

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